Il film che continua a parlare all’anima

Quando Andrew Lloyd Webber e Tim Rice concepiscono Jesus Christ Superstar nel 1970, danno vita a un’opera destinata a rivoluzionare il modo di raccontare la figura di Gesù nel linguaggio contemporaneo. ECCO PERCHE’ La celebre rock opera precede la trasposizione cinematografica diretta nel 1973 da Norman Jewison, interpretata da Ted Neeley nel ruolo di Gesù, Carl Anderson in quello di Giuda e Yvonne Elliman come Maria Maddalena. Tra le critiche che hanno accompagnato il successo dell’opera, una delle più frequenti riguarda l’assenza della scena della Risurrezione.
Il film si conclude infatti con la crocifissione e con la troupe di attori che risale sul pullman hippie per lasciare il deserto. A una lettura superficiale sembrerebbe che la vicenda termini con la morte di Cristo. Eppure è proprio qui che emerge la straordinaria sensibilità artistica di Jesus Christ Superstar. Jewison sceglie di non mostrare la Risurrezione, ma di suggerirla attraverso una serie di immagini e di dettagli che ne evocano gli effetti profondi. Nel finale, infatti, gli attori che hanno interpretato i personaggi più vicini a Gesù manifestano un atteggiamento diverso rispetto agli altri. Pilato, interpretato da Barry Dennen, si ferma sulla soglia del pullman e si volta verso la croce con aria pensosa. Maria Maddalena osserva il luogo della crocifissione con evidente tristezza e partecipazione. Ancora più significativo è lo sguardo di Giuda: Carl Anderson continua a fissare la croce anche mentre il pullman si allontana lungo le strade polverose del deserto.
Qualcosa è cambiato in loro. Hanno incontrato Gesù e non possono più tornare semplicemente alla vita di prima. Contemporaneamente lo spettatore si accorge di due particolari decisivi. Ted Neeley non compare tra gli attori che fanno ritorno sul mezzo e, soprattutto, nell’inquadratura finale la croce è vuota. Il corpo di Gesù non è più lì. La grande intuizione artistica del film si manifesta proprio in questo silenzio. La Risurrezione non viene rappresentata come un evento spettacolare, ma come un mistero che lascia tracce visibili nella realtà e nel cuore delle persone. A rafforzare questa lettura compare, in lontananza, la figura di un pastore che conduce lentamente il suo gregge. L’immagine richiama inevitabilmente le parole del Vangelo di Giovanni: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11).
Il gregge costituisce un motivo ricorrente nell’intero film. Una delle scene più intense mostra Giuda che, subito dopo il tradimento consumato durante l’Ultima Cena, fugge disperato disperdendo un gregge dal colore rossastro, quasi anticipazione del sangue che sarà versato. Nell’ultima inquadratura, invece, quel gregge appare nuovamente raccolto e guidato.









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